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Dell’ostentazione dei muscoli

Nell’ambito del ricco e variegato repertorio delle esultanze a cui i calciatori scelgono di dar luogo dopo aver segnato un goal, da buon nostalgico della mia adolescenza trascorsa con il calcio italiano anni ’80 e ’90, mi piace ricordare come molti quelle più allegre, gioiose e divertenti.

Passò alla storia, per esempio, la danza con i tre giri intorno alla bandierina del calcio d’angolo che faceva Juary Jorge dos Santos Filho, attaccante brasiliano dell’Avellino quando ancora dovevo venire al mondo.

Un’altra celebre danza nei pressi del corner è stata quella del camerunense Roger Milla ai Mondiali di Italia ’90, gli stessi in cui il palermitano Totò Schillaci, che neanche figurava nell’album Panini di quell’edizione, impazziva di gioia con i suoi occhi spalancati.

E ancora: la Macarena dei giocatori del Piacenza, il trenino dei giocatori del Bari, la maglietta che copriva la faccia dello juventino Fabrizio Ravanelli, il segno delle corna di Marco Ferrante che celebrava il simbolo del Torino, il toro per l’appunto; le capriole del colombiano Tino Asprilla con la maglia del Parma, l’aeroplanino di Vincenzo Montella e tante altre esultanze curiose che attiravano l’attenzione del pubblico e che venivano emulate dai calciatori anonimi dei campi di tutte le categorie professionistiche e non.

Ovviamente anche negli anni 2000 ci sono state esultanze buffe o particolari come quella di Mark Bresciano che riusciva a domare l’entusiasmo e a restare fermo come una statua, giusto per citarne una.

Non mi sono neanche dispiaciute le esultanze rabbiose o che costituivano reazioni a offese e prese in giro di vario tipo: come antidoto al malumore può essere utile, di tanto in tanto, rivedere l’epico allenatore Carlo Mazzone che attraversa il campo e corre come un forsennato sotto la curva avversaria per imprecare contro tutta la tifoseria.

Di tutt’altro tenore simbolico, invece, quel tipo di esultanza che non ho mai apprezzato ovvero quella di chi mostra i muscoli. Chi, con tutta la spocchia dettata anche dall’adrenalina del momento, fa notare platealmente la tartaruga degli addominali e tutti i muscoli di torace e braccia tesi e definiti, con tanto di rigonfiamento delle grandi arterie venose.

Ho sempre fatto fatica addirittura a comprendere le ragioni del togliersi la maglietta, eccezion fatta per quell’occasione in cui l’attaccante del Padova Goran Vlahovic lo fece per lanciarla ai propri tifosi ma avendone messa, genialmente, un’altra sotto ed evitando così l’ammonizione prevista in questi casi.

Perché non mi piace l’ostentazione dei muscoli?

Perché chi lo fa si abbrutisce mostrando un volto brutto e per l’appunto bruto più che allegro, gioioso e divertente. Chi lo fa trasmette una sensazione di cattiveria e attitudine egoica, in generale poco affine a uno sport di squadra; chi lo fa mostra pochezza di fantasia e rivela un atteggiamento di chi deve assolutamente conseguire un risultato personale.

Senza voler generalizzare in senso assoluto, bensì circoscrivendo la considerazione alla sensazione che mi suscita, chi lo fa palesa una spavalderia che potrebbe rivelarsi inopportuna perché non può certo escludere la sorpresa di essere recuperato e magari superato dall’avversario, che magari di muscoli da ostentare ne ha meno ma non difetta, per esempio, di freddezza e nervi saldi o di equilibrio e lungimiranza.

Nel calcio, così come in altri sport ma anche in altri contesti della competizione tout court, chi ha giocato o semplicemente seguito da appassionato sa benissimo che tutto può succedere e che questo è anche il bello del gioco. Chi parte sfavorito può ribaltare il pronostico, chi riesce a tenere la concentrazione, a non abbattersi, a rimanere saldo, in piedi, a difendere lucidità e attenzione dall’attacco dell’emotività e dell’impulsività, può alla fine avere ragione di chi si crede più forte.

Inoltre chi ostenta superiorità ed eccesso di sicurezza concede un fianco già ai nastri di partenza, poiché gli altri hanno meno da perdere e tutto da guadagnare. Non serve ricorrere addirittura all’esempio per antonomasia, a Davide che batte Golia, o alle altre innumerevoli testimonianze che la Storia ci ha offerto.

Occorre anche considerare che non si vince o si perde soltanto sul piano dei risultati (e in ogni caso vincere o perdere comporta che in ciascuna circostanza ci si prenda delle responsabilità, nella buona e nella cattiva sorte) ma anche su quello dello stile, della dignità e dello spirito. Quante volte ci siamo trovati di fronte ad un atteggiamento arrogante, al non sa chi sono io, alla prepotenza dell’ultima parola, di un gesto mortificante o di una vile e ricercata provocazione.

Ebbene la magra figura che ci fa chi si rende protagonista di tutto ciò spesso rimane scolpita nella memoria molto più di quanto e cosa si sia conseguito alla fine della disputa.

Chi compete con correttezza, onestà e senso del limite, magari sopperirà o verrà meno al confronto con la spacconeria ma nella maggior parte dei casi verrà ricordato per come merita, così come l’altro probabilmente si porterà dietro l’incapacità di essere altro dal bruto che probabilmente nasconde dei problemi di varia natura, rispetto ai quali risolve appunto con la forza o con la minaccia della stessa.

Da molto tempo, da secoli e secoli oserei dire e non certo solo negli ultimi mesi, abbiamo notizia di continue ostentazioni di muscoli, fisici e morali e nulla fa presagire una futura inversione di tendenza.

Discutibili esibizioni di superiorità etica, di valori in base ai quali si ritiene opportuno sopraffare le ragioni dell’altro; o fare sfoggio di una superiorità militare, di esercito e armi in base alle quali si ritiene legittimo decidere le sorti degli esseri umani. Atteggiamenti muscolari e con attitudini bullizzanti che vogliono imporsi a prescindere dello sdegno pubblico.

Per riferirci ai fatti recenti e drammaticamente ancora in corso, atteggiamenti messi in pratica da parte dei vertici di Nato, Usa, Russia e di altri stati che giocano comodamente a far la guerra o a paventarla fregandosene di morte e devastazione. Nulla di nuovo, ahinoi.  Non penso che nessuno abbia vissuto ad ora senza l’eco lontano o vicino di teatri di guerra, più o meno mediatizzati e più o meno balzati agli onori della cronaca quotidiana, spesso orchestrati ad arte per l’interesse specifico di pochi ai danni di molti.

Premesso che alle persone ragionevoli e di buon senso Putin faceva paura già prima quando era amico di nostrani tiranni mancati e si dilettava con una goffa e grottesca autoesaltazione a farsi riprendere nell’allenamento di judo o mentre salvava una troupe televisiva sparando un sonnifero a una tigre siberiana, come lui molti altri potenti dispongono di eserciti e di armi di distruzione di massa senza le quali si starebbe sicuramente meglio e la cui assenza non sortirebbe la mancanza che invece si avverte per un ospedale o per un parco.

Ma fino a poco tempo fa, come altri leader di altri paesi prima buoni e poi magicamente diventati cattivi, ha fatto comodo a molti di quelli che oggi lo dipingono come il diavolo da fare sparire dalla faccia della terra. Tutto ciò spesso appare retorico e banale agli occhi di persone impotenti che di fronte all’ottusa ostentazione dei muscoli sanno di contare poco.

Tuttavia quelli messi peggio sono quelli che la esaltano o ne permettono la continuità senza giudizio critico o esclusivamente per miserabili fini personali, quelli che se ne compiacciono. E questi mi piacciono molto poco, anzi nulla, anzi li detesto, tanto quanto quelli.

A prescindere dal fatto che tali smargiassi si trovino tra i compagni o tra gli avversari, prendere le distanze dagli atteggiamenti della forza intimidatrice e prevaricatrice appare la prima, necessaria ed opportuna reazione di difesa dalla possibile escalation della barbarie che può travolgere tutti e tutte, anche chi non se ne cura.

In assenza di un arbitro che dirima la contesa, solo una comunità o, nel caso in cui questa si rivelasse fittizia, solo ogni individuo può scegliere di manifestare un dissenso che abbia un minimo potere sanzionatorio.

Prendere le distanza con le parole e i con i fatti, ognuno secondo le proprie possibilità e i propri parametri morali. Emarginare o isolare se lo si ritiene necessario o all’opposto provare a far comprendere e a far prendere coscienza e consapevolezza dell’abbrutimento; ricordarsi che la parola a seconda di come e quando la si usa può rivelarsi miracolosa per provare a placare la rabbia repressa, la frustrazione e le prepotenti smanie dei bulli, rischiare di prenderle pur di dare un esempio che si ritiene giusto e sacrosanto dare.

Insomma tutto questo sicuramente meglio di tutto il resto e meglio di non far niente e lasciare il campo nell’indifferenza e all’indifferenza, compresa quella della propria coscienza.